Taverne e poste
Elena Tarantini · 24 agosto 2026
Perché le taverne del tratturo sorgevano a una giornata di cammino l'una dall'altra
Lungo i tratturi le antiche taverne si incontrano a intervalli sorprendentemente regolari, e la ragione di questa misura si è chiarita una sera d'agosto, quando la padrona di una masseria dell'alta valle del Sangro ha posato sul tavolo un registro di passaggi cominciato nel 1838.
taverna-tratturo.jpg — 1200×800Le taverne sorgevano dove greggi e pastori potevano fermarsi per la notte, con l'acqua di una fonte vicina, un recinto per gli animali e una stanza per chi accompagnava il gregge. La distanza fra l'una e l'altra corrispondeva a quanto un gregge riusciva a percorrere in una giornata senza affaticare gli animali né perdere il tempo del pascolo lungo la strada. Per questo chi oggi cammina sullo stesso tracciato ritrova quasi naturalmente quel ritmo, e sente arrivare la sera proprio quando compare il tetto successivo. Che quella misura fosse anche scritta, nero su bianco, lo si è scoperto soltanto il 21 agosto.
Il registro trovato sotto le tegole
Lucia, che gestisce con il marito una masseria costruita accanto a una vecchia taverna, ha raccontato che durante il rifacimento del tetto, negli anni Novanta, un muratore aveva trovato un pacco avvolto in una tela cerata, incastrato fra le travi e le tegole. Dentro c'era un registro rilegato in pelle, con le pagine gonfie di umidità, in cui il taverniere annotava chi si fermava, con quante bestie, da dove veniva e per quante notti restava. Le prime righe portano la data dell'ottobre 1838, le ultime quella della primavera del 1851, e in mezzo ci sono tredici anni di passaggi.
Il registro è stato portato nella sala del fuoco dopo cena, e il gruppo lo ha sfogliato con attenzione, passando le pagine con la punta delle dita. La grafia del taverniere è regolare e asciutta, quasi sempre la stessa formula ripetuta con nomi diversi, il nome del capo pastore, il paese d'origine, il numero dei capi e la direzione del cammino. Poi, all'improvviso, una riga si allunga, e il registro smette di essere un elenco per diventare un racconto.
«A dì 3 aprile 1847, neve alta fino al ginocchio, restati tre notti i pastori di Pescocostanzo con milleduecento pecore. Morte undici nella notte del secondo giorno. Il fieno del fienile è finito.»
Una giornata di pecore, una giornata di passi
Leggendo il registro con una carta accanto, Elena ha notato che i paesi d'origine dei pastori raccontavano anche il percorso, perché chi veniva da sud arrivava sempre dalla stessa taverna e chi saliva verso la montagna ripartiva sempre verso la successiva. Contando le distanze sulla carta, quelle taverne risultavano lontane fra diciotto e ventidue chilometri l'una dall'altra, la stessa misura delle tappe che la compagnia aveva stabilito anni prima, senza conoscere quel registro, soltanto sulla base della fatica del gruppo alla sera.
Una pecora carica di lana, ha spiegato il marito di Lucia, cammina volentieri per sei o sette ore se può pascolare lungo la strada, e oltre quella soglia comincia a rallentare e a disperdersi. Il passo di una persona che cammina senza fretta, con uno zaino leggero e le soste per il pranzo, finisce per coincidere con quello del gregge, e così la misura decisa dalle esigenze degli animali si rivela adatta anche a un passo umano e tranquillo, lontano dalla fretta delle strade moderne.
Le travi annerite della vecchia cucina
Prima di andare a dormire, Lucia ha accompagnato il gruppo nella vecchia cucina della taverna, che oggi è una dispensa, e ha mostrato le travi del soffitto, annerite da quasi tre secoli di fumo. Il camino è rimasto al suo posto, largo abbastanza perché due persone vi stiano sedute dentro, ai lati del fuoco, come facevano i pastori per asciugare i mantelli nelle notti di neve. Si è letto, lì dentro e in piedi, un brano sulle transumanze dell'Ottocento, e il silenzio che è seguito è durato più a lungo di qualsiasi commento.
Accanto al registro, da quella sera, c'è un quaderno nuovo, che Lucia ha preso il giorno dopo in paese e che ha lasciato sul tavolo della sala del fuoco. La prima riga l'ha scritta il gruppo, con la stessa formula del taverniere, il numero delle persone, il paese di partenza, la direzione del cammino e il tempo della giornata. Chi passerà dalla masseria nelle prossime stagioni troverà quel quaderno aperto, e potrà aggiungere la sua riga a una storia cominciata quasi due secoli fa.
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